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Dinghy 12 Classico

Manferdini un nuovo cantiere italiano nel panorama del Dinghy 12’ Classico

Manferdini un nuovo cantiere italiano nel panorama del Dinghy 12’ Classico

Manferdini Barche (di Berni Manferdini)

Chi sono – La mia storia

Imprenditore e produttore da sempre nel settore del legno, più per tradizione familiare che per vera e propria scelta,  negli anni ho tuttavia coltivato ininterrottamente una passione profonda per il mare e tutto ciò che gravita attorno ad esso.

Per questo, quando 20 anni fa ho avvertito la profonda esigenza di dare una svolta alla mia vita, il mio nuovo indirizzo lavorativo è stato inevitabilmente collocato in ambito “marino”.

La mia prima creatura “importante” è stato lo “Special”: un motoscafo di 10 metri, lussuosamente accessoriato e dalle altissime prestazioni (lo si può vedere, come altre mie costruzioni, nella Gallery del mio sito www.manferdinibarche.it).

Poi, crescendo nella formazione, intorno ai 40 ho costituito una società che per anni ha operato nel campo dei motoscafi e delle barche da competizione.

Oggi, a 57 anni, a maturazione professionale compiuta, ho avvertito l’esigenza di gestire in modo ancora più autonomo un cantiere nautico, perché ritengo che nel commissionare la costruzione di una barca, ciò che davvero conta, dando per scontati professionalità ed esperienza (che però in molti possono offrire), è il rapporto diretto con chi decide di farsi questo “regalo”. Per questo da qualche anno opero in un cantiere sulle sponde del Tevere, a Fiumicino, avvalendomi di qualche operaio soltanto per i lavori più pesanti, e svolgendo tutto il resto del lavoro personalmente.

Il completamento del mio percorso professionale mi ha anche consentito di stabilire che ciò che mi regala le maggiori soddisfazioni (anche in termini di riscontro da parte dei clienti) è la costruzione di barche in legno, che permette di realizzare opere non solo sicure, particolarmente durevoli e di bellezza intramontabile, ma di insuperabile valore per la loro esclusiva peculiarità artigianale. Con ciò comprendendo anche l’intera opera di restauro di barche d’epoca che regala la soddisfazione di riportare agli antichi splendori barche meravigliose quali i Riva, per esempio.

Da ultimo, poi, con un occhio doverosamente sempre più attento all’ambiente, ho indirizzato il mio interesse verso le barche a propulsione elettrica: un modo, a mio avviso, non solo per salvaguardare le nostre risorse naturali non inquinando (il mare per primo), ma anche per consentire ad un materiale nobile come il legno di svolgere un ruolo più in armonia con la natura dalla quale proviene. Il tutto con il ragguardevole risparmio economico che una barca del genere consente. Qui un filmato che illustra Aurora580, una barca elettrica, appunto, dal gusto retrò, con propulsione a grandi ruote (simili ai battelli del Mississippi) https://www.youtube.com/watch?v=syUbfU-TGXM

Da ultimo, infine, affascinato dal meraviglioso mondo dei Dinghy Classici, mi sono fatto (con piacere, devo dire) coinvolgere nella costruzione di una barca piccola ma che già intuivo di enormi soddisfazioni: un Dinghy classico, appunto, su progetto originale dei primi del 900.

Gli amici del Club Sailing Team di Bracciano mi sono subito stati molto vicini con consigli, chi guardando al nuovo arrivato con curiosità, chi con sospetto, quasi a chiedersi “ma dove vorrà arrivare costui?”, perché, lo sappiamo, il mondo dei Dinghy è costituito da una comunità ristretta  di esigentissimi appassionati.

So bene quanto sia difficile entrare in un circuito di “costruttori nautici” dove nomi importanti, a buona ragione, la fanno da padrone da decenni, ma credo che con la disposizione ad imparare, e i  risultati concreti ottenuti, io sia riuscito pian piano a fare breccia nelle mura che circondavano quei laboratori famosi, facendo conoscere un cantiere di centro Italia in grado di far parte del mondo esclusivo e rigoroso dei Dinghy: il mio cantiere di Fiumicino.

Tutto questo soprattutto grazie ai consigli e all’esperienza di Giorgio Pizzarello che mi ha fatto l’onore di collaudare, provare, riprovare e mettere a punto Mustang (questo è il nome che ho dato, come buon auspicio, al mio primo Dinghy, sperando, e in cuor mio un po’ già  sapendolo, che potesse arrivare subito in alto nelle classifiche: e così è stato).

La mia “filosofia” di lavoro

Lavoro da solo e a mano e posso, per questa ragione, personalizzare ogni barca in base alla richiesta dell’armatore. In questo modo, costruendo una barca per volta, è sostanzialmente come se ognuna di esse fosse un prototipo, e di conseguenza non ce ne sarà mai una perfettamente uguale ad un’altra, rendendo così il committente il possessore di un oggetto assolutamente unico.

Questo è l’ambiente in cui amo lavorare, perché costruire una barca in legno non è solo una mera sequenza di lavorazioni ma è intuito, amore per l’oggetto che mano a mano vedo “crescere” tra le mie mani;  è trasformazione di una tavola, con  ancora la corteccia attaccata, in un oggetto vivo, una scultura naturale, una nuova creatura... la mia.

Diversamente da molti colleghi, non sono “geloso” della tecnica di costruzione che uso per le mie barche: chiunque può chiedere ed ottenere esaurienti spiegazioni su tutte le fasi di lavorazione.

Le differenze fra una barca costruita da un cantiere o un altro sono moltissime, perfino quando le  dimensioni e le forme (come nel caso dei Dinghy classici) sono dettate da regole di stazza precise e inderogabili e rispettarle è obbligatorio. Può capitare, per questo, che provando lo stesso preciso genere di barca (ancora una volta un Dinghy, per esempio) in qualche caso si possa avere la sensazione di pilotare una barca inerte e pesante e in altri ci si renda conto di domare una barca reattiva e dinamica, un vero purosangue: eppure si tratta del medesimo natante (sulla carta).

Volumi, forme, materiali, colle, curvature... tutto concorre a rendere una barca più veloce, e la mia esperienza mi ha insegnato che questo è un concetto valido in qualsiasi applicazione del “costruire”, tant’è che l’ho applicata sia quando ho lavorato su moto, auto, aerei, sia, a maggior ragione, quando ho costruito motoscafi da corsa, barche da competizione, e soprattutto quest’ultima creatura, il mio Mustang.

Un solo esempio, ma dall’ampia valenza: personalmente, per il Dinghy  utilizzo il metodo di tagliare a mano  le doghe del fasciame a due a due da un unico pezzo, per poi dividerlo ed ottenere, quindi, due doghe perfettamente uguali e speculari sia nelle caratteristiche meccaniche che estetiche. La somma di tanti fattori contribuisce alle performance finali. Naturalmente anche il piano velico ha molta importanza, non scordiamoci mai che costituisce il ”motore” della nostra barca.

Albero rigido, girevole, cavo; boma leggero e allo stesso tempo il meno flessibile possibile; picco perfettamente armonizzato con il taglio della vela; manovre scorrevoli ed efficienti... Sono, questi, tutti fattori che concorrono, ognuno per la sua parte, al risultato finale. Ultimo, ma non meno importante, va menzionato il “manico”: un bravo timoniere non solo sfrutta al meglio le prestazioni del mezzo, ma fa l’assoluta differenza in regata per la sua capacità tattica.

Non avrei mai pensato, dopo tanti anni di costruzione nautica, che dedicarmi alla preparazione di un nuovo tipo di barca potesse coinvolgermi tanto: invece dedicarmi al Dinghy è stata un’esperienza molto formativa e piacevole.

Mi auguro di cuore che la mia esperienza di costruttore nautico e la vostra come timonieri, unite, possano dare luogo, per tutti, ad eccellenti risultati e conseguenti grandi soddisfazioni.

Benni Manferdini

 
Manferdini un nuovo cantiere italiano nel panorama del Dinghy 12’ Classico
 

 

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